michela becchis

non sono poche le apparenti materie prime di medina zabo, ma ponendosi davanti alle sue opere, alla connessione tra i materiali che usa, al rapporto che lei determina con gli insetti che abitano o hanno abitato quei materiali, alle argille, ai telai parassitati, alla cera, al fuoco, al colore, a ciò che scrive, ebbene viene fuori che la sua materia prima, anzi il suo primum mobile artistico è il rispetto. è il rispetto per l’opera, per il suo senso, per il colloquio che aprirà con chi guarda e con il contesto per cui è pensata che aziona il suo fare artistico. bronisław malinowski in argonauti del pacifico occidentale, scriveva del kula praticato tra gli abitanti delle isole trobriand nel pacifico; la pratica consisteva in un apparentemente semplice scambio-dono di collane di conchiglie, ma per effettuare questi scambi gli abitanti di quelle isole si imbarcavano in lunghi e pericolosi viaggi in canoa, senza alcuna garanzia di ritorno o che il loro gesto sarebbe stato ricambiato. questa è la pratica del dono. atto di fiducia verso gli altri. non importa il valore del dono, importa lo sforzo, anche pericoloso, di aprirsi alla comprensione e alla sollecitudine. il viaggio di zabo verso la val di non è stato costruire conoscenza intorno al nucleo compatto del suo lavoro che parte dalla possibilità di proseguire, reinventandolo, un percorso avviato dalla natura e portato da lei a termine, un termine che però l’artista non sempre chiude, riaffidandolo a un altro possibile intervento naturale. questa possibilità vuole indicare, aprire alla percezione, il grado di tragicità insito in un antropocentrismo che coglie come mortale, corrotto – e quindi temibile – ciò che non può più essere tradotto in utile e che pure in una dimensione che pone l’uomo al pari di ogni altro organismo vivente non è altro che un diverso, intelligente, sistema di sopravvivenza. medina zabo placa quel grumo di tragicità con una specie di grazia che non ha nulla di metafisico o religioso; è, appunto, la grazia del rispetto. nella sua arte c’è un’assunzione di responsabilità da parte dell’opera che alleggerisce i suoi interlocutori dal dover sentire solo il tragico della presunzione umana. nella costruzione di questo lavoro, l’artista ha eliminato, attraverso un lungo riflettere ed esattamente come in una fusione a cera persa, l’idea di assumere come perentorio il possibile giudizio su un antropocentrismo che non è solo terribile, ma estremamente faticoso per chi lo pratica. l’opera doveva rifuggire dalla possibilità di avere in sé un giudizio. si badi bene sciogliere il giudizio, non la visione morale.

in il potere terribile di una piccola colpa abraham b. yehoshua si pone la questione del perché da tempo nella letteratura, ma potremmo dire nell’arte tutta, il rapporto tra morale e opera resta marginale, problematico, accuratamente evitato. cinque le cause individuate dallo scrittore su cui non possiamo soffermarci, tuttavia egli scrive che soltanto l’arte può essere capace di suscitare nel nostro animo un fenomeno di immedesimazione profondo,  quindi solo tramite essa riconoscere dentro di sé – attraverso un atto di “co-inerenza” con l’opera – certe verità profonde altrimenti indimostrabili. ponendosi davanti alle opere di zabo quell’atto di co-inerenza, o di sospensione dell’incredulità, si crea senza paura, nonostante l’opera trattenga un certo grado di inquietudine. questo perché l’elemento morale non è chiesto all’osservatore, è tutto nel cammino che l’artista ha fatto per arrivare all’opera che trattiene in sé solo elementi formali, quali la disposizione, lo slancio, la cromìa, la percezione del tempo occorso, il legame materico, l’acquisizione nel tessuto dell’opera di caratteri inequivocabilmente sentiti come propri e riconoscibili da uno sguardo che è del luogo dove l’opera si pone, ma che ha in sé un’universalità che merita rispetto.

materia prima, castello aliprandini laifenthurn, giugno 2019