davide silvioli

“nulla è più pericoloso di un’idea, quando è l’unica che abbiamo”
-emile auguste chartier-

ogni processo, così come quello creativo, implica degli scarti. questi, in maniera sintetica e progressiva, si riscontrano nel definire una molteplicità di dati nell’articolazione di un solo concetto complesso oppure, al contrario, secondo un procedere analitico e regressivo, si verificano nel passaggio dal composito all’essenziale. in entrambe le circostanze si è portati al confronto con una pluralità di elementi posti in relazione fra loro nell’atto di precisarsi in uno stato ultimo raggiungibile attraverso la ricerca, negli opposti, di quella nota per cui essi si fanno compatibili, intesa come unità simultanea di identità e differenza.
traducendo questa modalità operativa in termini di ricerca artistica, è necessario sottolineare, in merito al suo esercizio, l’importanza di un atteggiamento ambivalente nei confronti del metodo e dei relativi risultati.
ciò significa adottare un approccio creativo (e critico) strabico, dunque con un occhio fermamente
indirizzato all’obiettivo finale dell’analisi e l’altro attento all’esame degli scarti, dei residui, dalla stessa indirettamente generati. tale metodologia comporta di coniugare la speculazione artistica al gerundio, quindi come qualcosa in svolgimento e, pertanto, suscettibile a deviazioni, anziché al participio passato,
ovvero al pari di un fatto concluso, con la volontà di prendere in considerazione anche le filiazioni non programmate ma comunque spontanee di un percorso, come quello della sperimentazione artistica, per sua natura aperto a diversioni.
è difatti il concetto di diversione, intesa come digressione dall’argomentazione (o dalla proposizione) principale di un periodo linguistico, qui trasposta nell’ambito della pratica artistica, a funzionare da comune denominatore per la mostra in questione raccordando, sia nel segno della continuità che della discontinuità, gli esiti delle ultime ricerche di fabio mariani, priscilla pallante, rosario vicidomini e medina zabo. il dialogo fra più artisti appare costruttivo quando questi condividono un concetto fondante o operativo tale da lenire le soggettività, oppure se dal loro accostamento emergono visioni e sintassi sì diversificate ma complementari, alle volte in contrasto ma mai in contraddizione. dal parallelismo del loro lavoro, si rileva un’organicità complessiva variegata ma non distonica, tale da permettere lo sfumare armonico dello sguardo e del pensiero da una posizione estetica all’altra. si tratta di opere inedite eseguite e pensate appositamente per tale  progetto, in cui i quattro artisti, fra loro dissimili per percorso, formazione e tecnica, dimostrano un
ulteriore indice di differenziazione stilistica nel loro operare, proponendo realizzazioni che  mpliano lo spettro delle direzioni di ricerca di ciascuno. qui, ogni autore vive un momento di confronto con il proprio lavoro, nel segno di un eclettismo che è sinonimo di diversità e approfondimento. già dalla titolazione, la collettiva manifesta la volontà di descrivere, in maniera polifonica, le diversificate possibilità d’approccio creativo alla prassi artistica, offrendo una selezione di risultati estetici denotabile per l’eterogeneità dei linguaggi. i conseguimenti scelti, differenti per contenuto e per lessico, vanno dalla pittura al disegno, dalla sperimentazione sulla materia allo studio dei nuovi media profilando diversioni, secondo tali accenti, similmente a un focus sull’interdisciplinarità contemporanea con l’intenzione di dare parola all’arte fuori da statuti o registri stringenti, al fine di epurarla da eteronomie e svincolarla da forme di monotonia e atrofizzazione.
seppur nella diversità di ognuno, i quattro interpreti condividono l’attitudine a forzare i confini della
consuetudine. fabio mariani lo fa sondando il potenziale di materie naturali extra-artistiche, ne qualifica le proprietà fisiche e cromatiche più silenziose, vagliandone i risvolti estetici tramite lunghi processi di sedimentazione ponendoli in rapporto con lo spazio espositivo. priscilla pallante, per mezzo di un uso consapevole delle facoltà del digitale, imposta, tramite fotografie, audio, scrittura e luce, una narrazione immersiva intermedia fra realtà, immaginazione e verosomiglianza, delineando una vera e propria ambientazione in grado di coinvolgere più sensi. rosario vicidomini dimostra una personale sensibilità nei confronti del modo di concepire l’immagine, ravvisabile nell’impostazione di una genealogia di disegni distinguibili per una parvenza delicata e incerta giocata su gradi di cancellature, in dialogo con un olio su tela caratterizzato dal medesimo senso di evanescenza. medina zabo approfondisce le capacità di azione e reazione di svariati materiali, alle volte industriali, concentrandosi, mediante reagenti, sulla restituzione del pigmento sulla superficie e declinando quest’ultima al pari di una membrana vibrante e pervasiva.
infine, nella convinzione – derivante dal metodo antilogico – del fatto che intorno a qualsiasi tesi possano essere addotte ragioni opposte e di identica forza, la mostra sottende, più o meno esplicitamente, un invito a concepire la ricerca artistica odierna in termini sistemici, dunque come un ente che si espande orizzontalmente verso una pluralità di orientamenti senza gerarchie seguendo dinamiche di causa, concausa, effetto e effetto collaterale, anziché lineari, quindi assecondando semplicistici rapporti unilaterali di causa effetto sempre meno adeguati per risolvere l’articolazione della contemporaneità. questo perché il riconoscimento della validità o meno di un procedimento creativo e del relativo conseguimento, non può basarsi sull’uniformabilità di quest’ultimo a uno schema di pensiero precostituito e uguale per tutti i casi ma – come già constatato da paul  feyerabend 1 – per evitare che la sua applicazione si traduca nella conservazione ostinata dei risultati consolidati a scapito di quelli nuovi, pur correndo il rischio di venire meno al principio di attinenza per cui i nuovi traguardi dovrebbero accordarsi a quelli già vidimati, esso dovrebbe comprendere e razionalizzare ogni possibile contrapposizione rispetto alle soluzioni antecedenti.
a conferma di ciò, si veda come l’arte abbia sempre ottenuto le sue massime espressioni proprio violando e superando le regole entro cui la si tenta di perimetrare.

1 cfr: p. feyerabend, contro il metodo. abbozzo di una teoria anarchica della conoscenza, feltrinelli, milano, 1979.